Disavventure di viaggio – Giava e Bali: come impiegare 17 ore per percorrere 400 Km

Le disavventure dei miei viaggi” è il tema proposto da Monica questo mese per l’iniziativa #sensomieiviaggi. Un tema che, ripensando a quest’estate, non poteva lasciarmi indifferente. Una disavventura che racconto perché, come molte disavventure, è stata anche una lezione da cui ho imparato qualcosa che può essere utile anche ad altri viaggiatori. Per altri consigli sui mezzi pubblici in Indonesia leggete il post su come muoversi su Giava, Bali e Lombok con pullman, treno e traghetti! 

Indonesia 2013. Per arrivare a Bali da Probolinggo (sull’isola di Giava), decidiamo di prendere l’executive bus, il cui grande lusso rispetto al public bus consiste in: sedili imbottiti, aria condizionata e tragitto diretto. Il che per un viaggio lungo in un posto in cui i bus pubblici si fermano per far salire e scendere passeggeri e venditori ambulanti ad ogni angolo della strada, può salvarti, se non la vita, almeno una buona mezza giornata. Inoltre il prezzo è più elevato solo di qualche euro.

It’s the executive bus. Right?” “Yes, yes.

So, it’s not the public bus. Right?” “Yes, yes.” 

Non per scarsa fiducia eh, ma in Indonesia non passa molto tempo prima di rendersi conto che l’affermazione “no” è probabilmente vissuta come un gesto incredibilmente sgarbato. Una gentile accortezza che però può causare qualche problema a noi schietti (e suvvia, anche un po’ polemici) occidentali.

Quando all’improvviso: un’illuminazione.

Ok. So, is this the public bus or the executive bus?”.

Finalmente trovo la formula per intenderci alla perfezione. Perché attenersi ad una domanda diretta quando posso sfoderare una domanda “aut aut”, che lo metta davanti ad un’inevitabile scelta? Quei “Ten minutes, ten minutes” farfugliati a sguardo basso mi fanno ripiombare nella cruda realtà. 

Ore 12.00. Dopo un’ora di attesa ci sediamo sul sedile di quello che effettivamente è un executive bus. E’ mezzogiorno e finalmente dopo nove ore saremmo arrivati a Bali, d’altronde dobbiamo percorrere solo 400 km! Almeno, questo era quello che pensavo. Non potevo certo immaginare che il viaggio sarebbe durato quasi 20 ore.

Pullman Giava Bali

Ore 15.00. Dopo tre ore di viaggio il pullman si ferma in un piazzale di mezzi pubblici in un paesino non ben definito dell’isola di Giava. Il conducente ci fa scendere e, indicandoci una direzione incerta, ci dice che per arrivare a Bali avremmo dovuto cambiare pullman. Giusto il tempo di rendermi conto cosa stava succedendo, che quando mi giro il nostro conducente era sparito a bordo del nostro pullman. Bè, sicuramente ci sarà un altro pullman executive che ci sta aspettando, penso ingenuamente. Ecco, no. Un altro conducente ci porta verso un pullman arrugginito a cui un uomo sta lavando i vetri arrampicato su una scaletta di legno.

This is pullman to Bali. Here, here.” 

L’esterno del mezzo non promette bene, ma chi lo sa, magari l’interno è meglio. Salgo e prendo posto su un sedile senza imbottitura e con tanti piccoli insetti neri che si sgranchiscono le gambe passeggiando sulle pareti del pullman: prendo atto che l’interno non è meglio dell’esterno. Scendo dal pullman. 

When are we leaving?

When it’s full.

Al momento sul pullman eravamo in cinque. Così, giusto per dire.

What?!

Penso che la mia, più che come una domanda venga percepita come una minaccia, perché il conducente rivede subito la sua risposta.

Ten minutes, ten minutes.

Ore 16.00. I dieci minuti si trasformano in mezz’ora e alle 16.00 il pullman si mette in moto. Finalmente varchiamo la soglia della stazione e ci immettiamo nel traffico delle sovraffollate strade indonesiane, ma almeno ci stiamo muovendo. L’euforia dura solo qualche minuto, finché il conducente inchioda e accosta per far salire due venditori ambulanti. Eh certo, non te le vuoi fare due banane fritte e due noccioline prima di ripartire per Bali? Che fretta c’è!

Pullman Giava Bali Indonesia

Riesco a scrutare il nome del paese che stiamo attraversando grazie a un cartello stradale che porta la scritta “Jember”. Questo nome non mi giunge nuovo, così consulto la mia Lonely Planet sulla quale avevo appuntato alcune righe per il viaggio, che dicono così: “Per arrivare a Bali prendere il pullman che percorre la costa nord di Giava, non la costa Sud passando da JEMBER perché ci mette il doppio del tempo”. Perfetto. Inizio a chiedermi quale azione sgradevole avessi mai fatto nei giorni precedenti perché il Karma mi riservasse questo trattamento. Nel frattempo non mi resta che familiarizzare con i piccoli animaletti neri, perché il viaggio non sarebbe stato breve. Il trambusto di inchiodate, sali-scendi di passeggeri, venditori ambulanti e musicisti ambulanti dura per tutto il viaggio, fin quando finalmente intravedo il porto. Sono ormai le 10 di sera e siamo in viaggio da 11 ore.

Ore 23.00. Il traghetto lascia dietro di sé le ormai buie coste di Giava. Mentre la maggior parte degli indonesiani compagni di sedile passano l’ora di traversata a dormire sul pullman nella stiva, per noi quell’ora passata sul ponte del traghetto ad ammirare la meta, come se questo l’avrebbe fatta avvicinare più velocemente, è stata la parte migliore del viaggio.

Il pullman sbarca sull’isola di Bali e sarebbe filato tutto liscio se solo non mi fosse venuta in mente un’idea geniale, che sarebbe stata anche la nostra rovina. Noto dalla cartina che per arrivare a Denpasar, il pullman passa anche da Changgu, il paesino dove siamo diretti. Così chiedo all’autista se è possibile scendere li. Chiaramente la sua risposta è “Changgu? Yes, yes”, ma che ve lo dico a fare. 

Poco dopo, forse troppo poco, il conducente ci chiama, apre le porte e ci indica una strada buia dicendo “Changgu, Changgu, here!

Perplessi dall’isolamento che percepiamo all’esterno del pullman ripetiamo “Changgu? Here? Are you sure? Because Changgu is near Denpasar!

Yes yes, Changgu. Here!

Ore 01.00. L’insistenza del conducente unita al desiderio incontenibile di essere già arrivati ci convincono di essere a Changgu. Sono le 2 di notte quando scendiamo dal pullman. Ad accoglierci c’è una lunga strada deserta e un mini market davanti al quale tre indonesiani stanno giocando a qualche gioco da tavola. Probabilmente incuriositi dalla presenza di due ragazzi con uno zaino in spalla in un anonimo paesino di Bali alle 2 di notte, ci guardano sconcertati.

Excuse me, is this Changgu?

I tre ragazzi si scambiano uno sguardo confuso e ritornano ad osservarci: “Changgu?! Changgu far! Changgu 70 kilometers! 

Ok quindi, fatemi capire: sono le 2 di notte, sono in viaggio da 15 ore per un viaggio che avrebbe dovuto durarne 9, non ho mangiato né bevuto, sono andata in bagno una volta sola, sono molto stanca, e mi volete dire che mi trovo in un paesino sperduto a 70 chilometri dalla mia meta?! Ecco pensando a tutto questo il mio volto cambia repentinamente espressione e i miei occhi cominciano a traboccare di lacrime.

I tre ragazzi, penso abbastanza impauriti dalla mia reazione, ci portano ad una vicina stazione di polizia in cui due poliziotti stanno facendo uno spuntino mentre guardano la tv. Proviamo a comunicare non so bene in che lingua, visto che di inglese non capiscono una parola. Io personalmente sono nel momento “basta non mi interessa adesso prendo un taxi-non mi importa quanto spendiamo-non ce la faccio più-mannaggia ai pullman pubblici e a quell’antipatico conducente (versione chiaramente edulcorata rispetto a quella reale)”. L’unica parola che continuavo a ripetere era “TAXI?!

Taxi?! No, no! No taxi here!

I poliziotti parlano alcuni minuti tra di loro e già comincio a fantasticare: dai che carini magari ci accompagnano loro. Voglio dire, sono dei poliziotti, avranno una volante con cui accompagnare a sirene spiegate verso Changgu due sfortunati turisti stanchi e disidratati no?! Vuoi che non abbiano un collega o un cugino che guarda caso sta proprio partendo per Denpasar e può darci un passaggio?! La disperazione fa decisamente perdere il senso della realtà.

Uno dei due poliziotti torna a rivolgersi a noi. Ci fa segno di aspettare li e si dirige verso la strada dalla quale siamo arrivati. Dopo venti minuti che lo osserviamo guardare le macchine e i pulmini che passano senza che faccia assolutamente niente se non salutare di tanto in tanto qualcuno, iniziamo ad essere confusi. 

Ma secondo te cosa sta facendo?

Giuro, non lo so. Pensavo che volesse fermare qualche pulmino per farci salire, ma forse dovremmo dirgli che se vuole che qualcuno si fermi deve fare un gesto un po’ più incisivo che salutare i mezzi che transitano con un flebile gesto della mano.

Ore 02.00. Raggiungiamo il poliziotto e alla fine ci decidiamo noi a fermare un pulmino con un gesto della mano. Il pulmino inchioda e apre le porte. L’autista ci conferma che la destinazione finale è Denpasar. Salgo il primo scalino del pullman e mi rendo conto che più su di così è quasi possibile andare: i sedili sono stracolmi di persone e il corridoio è sparito sotto una marea di persone incastrate ovunque. Rimaniamo quindi in piedi lasciando un piede sullo scalino più alto, infilando l’altro piede sotto la gamba di un’altra persona e reggendoci con le braccia al tetto del pulmino. Quella sarebbe stata la mia posizione per due ore di viaggio su un pulmino sobbalzante per le strade di Bali.

Ore 04.30. Con un braccio addormentato e una gamba praticamente in cancrena scendo alla stazione di Denpasar. Prendiamo il primo taxi che ci passa davanti senza più la forza di domandare, contrattare e quant’altro. Diamo l’indirizzo dell’hotel prenotato il giorno prima su internet e dopo mezz’oretta arriviamo a destinazione. 

Ore 05.00. La ragazza alla reception ci accoglie con un sorriso gigante, ci mostra la nostra camera arredata di mobiletti in legno e un tetto di paglia che copre il bagno esterno solo a metà. All’ingresso tante tavole da surf appoggiate ad alte canne di bambù. Dopo una settimana tra i vulcani e i templi buddisti di Giava e 17 ore di viaggio, il giorno dopo avrei finalmente visto il mare. Tutto il resto non importava più: benvenuti a Bali.

Cheers!

Bali Echo Beach Hotel

APPENDICE

Se state pensando “Bel racconto eh. Ma le lezioni utili agli altri viaggiatori di cui parlavi, dove sono?” Eccovi accontentati.

Luogo lezioni: Giava e Bali (Indonesia)

Durata lezioni: 17 ore.

Lezione n°1: non dare mai per scontato il valore denotativo della parola “yes”.

Lezione n°2: i biglietti per i pullman si coprano direttamente alla stazione, non presso le piccole agenzie indonesiane.

Lezione n°3: è consigliabile prendere i public bus per un tragitto non superiore ai 300 km. A meno che, certo, non si disponga di un indefinito numero di mesi per girare l’Indonesia. Per i viaggi lunghi preferite gli executive bus, che sono comunque pubblici, ma non fanno centomila fermate.

Per altri consigli sui mezzi pubblici in Indonesia leggete il post su come muoversi su Giava, Bali e Lombok con pullman, treno e traghetti! 

 

 

15 pensieri su “Disavventure di viaggio – Giava e Bali: come impiegare 17 ore per percorrere 400 Km

    1. Francesca Mc Closkey Autore dell'articolo

      Eh si, diciamo che è stato lunghetto… Speriamo che almeno le dritte servano ad altri! :) Tra l’altro di solito non dovrebbero esserci problemi con i pullman.. In questo caso penso che avessero venduto troppi biglietti rispetto ai posti disponibili e abbiano gestito male la cosa senza dire niente a noi però!

  1. viaggiebaci

    Oddio proprio ieri abbiamo parlato dell’ipotesi (ancora remota!) di fare Giava e Bali la prossima estate, quindi queste tue disavventure mi pungono sul vito …
    Immagino lo stato di disperazione che può averti assalito nel cuore della notte e ti ringrazio per averle condivise con noi. Perchè quando si viaggia non son solo rose e fiori, ma a raccontarle poi … è tutta un’altra storia!!!!

    PS: puoi passare a incollare il link sul mio blog così non rischio di scordarlo in fase di montaggio della Candid Camera del Viaggiatore? Grazie :)

    1. Francesca Mc Closkey Autore dell'articolo

      Nonostante la disavventura ti consiglio davvero di andare, è stato un giro bellissimo.. Sull’isola di Giava ho usato il treno che collega le principali città: molto comodo. Qui ho scritto info su come muoversi con i mezzi locali: http://www.findingneverlandtravelblog.com/indonesia-on-the-road-giava-bali-lombok-trasporti/ Poi, se riesci, ti consiglio di spingerti anche fino a Lombok, che è tipo Bali 50 anni fa, anche se non ancora per molto, dato che le persone del posto quando ero la mi hanno detto che nell’ultimo periodo molti terreni erano stati acquistati per farci resort e quant’altro.. Ma in ogni caso, l’Indonesia merita davvero! ;)

  2. Monica

    Posso dire una cosa??? Che bello!!! Che bello perchè come nei migliori dei casi sei qui a raccontarlo e quindi è andato tutto bene, che bello perchè visto ora è una magnifica avventura anche se capisco le tue lacrime del momento! Ma che bello…. che viaggio!!!!! che avventura!Proprio oggi ho espresso il mio desiderio per Bali…. terrò conto delle tue indicazioni

    1. Francesca Mc Closkey Autore dell'articolo

      Grazie Monica!! Sul momento non è stato divertente, ma come dici tu a distanza di tempo è stata una disavventura a tratti comica!! :) Comunque consiglio vivamente di andare a Bali. Con poche accortezze fila tutto liscio! ;)

  3. Ester

    Bel post! Mi hai ricordato le nostre peripezie tra Malesia ed Indonesia, comprensive di: bagagli subacqueo di 25kg sulle spalle, pullman notturno da Semporna a Kota Kinabalu, portafoglio rubato con dentro gli ultimi soldi, ferry boat di ritorno da Lombok a Padang Bai,eccetera eccetera… Aggiungi poi che non eravamo turisti, ma alla ricerca disperata di un lavoro. All’epoca erano tragedie, adesso ci rido sopra! :)

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