Volare con la El Al è uno spasso incredibile

Aveva il viso scurito da qualche giorno di sole, i capelli arruffati dagli ultimi bagni e 5 ore di pullman alle spalle. Quella mattina si era svegliata all’alba. Per due settimane aveva girato la Cambogia passando per Bangkok, aveva attraversato il confine tra Thailandia e Cambogia, noleggiato una bici, preso numerosi pullman e innumerevoli tuk tuk. E chissà quali strani traffici aveva imbastito lungo il percorso, quali temibili criminali aveva incrociato, perché si sa, questi non sono Paesi per bene. Il che faceva supporre che anche lei non fosse una persona per bene.

- Come mai è stata in Thailandia?

- Veramente sono stata in vacanza in Cambogia e sono arrivata qui a Bangkok con un volo da Phnom Phen.

- E perché è passata dalla Thailandia, non poteva prendere un volo di ritorno direttamente dalla Cambogia?

- Oh certo quando guadagnerò abbastanza lo farò, ma il volo per Bangkok era più economico.

- Perché è da sola?

- Perché ero con una mia amica che si trattiene qualche giorno in più.

- Come si chiama la sua amica?

- Lorenza.

- Mh. Cosa fa nella vita?

- Lavoro in un’agenzia digital, più precisamente nell’ambito dei social media.

L’uomo che la stava interrogando la osservò con uno sguardo vuoto e con un’espressione interrogativa. Ma lei non ci fece caso, la guardavano sempre così quando parlava del suo lavoro.

- Da quanto lavora in questa agenzia?

- Da quattro mesi.

- Perché ha già le ferie? E chi gestisce il suo lavoro mentre lei è non è in ufficio?

- Oddio, non è che l’ha mandata qui in spedizione il mio capo vero? Le giuro che mi sono organizzata con i miei colleghi per mandare avanti il lavoro. Lo scriva questo eh, mi raccomando.

- Ha un bigliettino da visita?

- Non sono ancora così importante. Però se vuole ho delle email con la firma aziendale.

- No, non importa.

Le risposte date fino a quel momento facevano presagire qualcosa di pericoloso. C’era qualcosa di strano in una ragazza che aveva attraversato un confine via terra, che aveva preso qualche giorno di ferie dopo pochi mesi di lavoro e che affrontava un viaggio intercontinentale da sola.

L’addetto all’interrogatorio le voltò le spalle e sussurrò qualcosa a un signore più anziano della sicurezza. Ci volevano rinforzi.

Entrambi iniziarono ad analizzare meticolosamente ogni pagina del suo passaporto, in cerca di un’evidenza che confermasse la pericolosità dell’individuo che avevano davanti.

- Thailandia, Guatemala, Indonesia, Sri Lanka, Cambogia. Come mai è stata in tutti questi Paesi?

L’accento era più marcato sulla parola questi, come se dietro a quell’aggettivo si celassero significati, supposizioni e giudizi, tutti insieme. D’altronde erano tutti Paesi con una natura e un mare invidiabile in cui bastano 20 euro al giorno per tutto il necessario. Perché mai una giovane ragazza dovrebbe voler andare in vacanza lì, in generale, nella vita? A ragione i due uomini della sicurezza si insospettirono ancora di più.

- Per vacanza.

- In Cambogia ha conosciuto qualcuno?

- Bè sì, ho chiacchierato con diverse persone in queste due settimane.

- Di che nazionalità erano?

- Vediamo… Un americano e un Filippino a Bangkok e poi in Cambogia moltissimi inglesi, deve vedere quanti ce ne sono verso la costa.

- Conosce persone originarie del medio oriente?

La ragazza ci pensò un attimo. Pensó che in effetti non conosceva nessuno proveniente da quei Paesi. Ma se l’avesse detto le avrebbero creduto? Meglio far finta di pensarci ancora qualche frazione di secondo. E poi, anche se fosse? Se davvero conoscesse qualcuno di quei Paesi, che problema ci sarebbe? Davvero eravamo arrivati a questo punto?

- No. Rispose decisa.

I due uomini si allontanarono di solo qualche metro. Gesticolarono e si consultarono due minuti. Le risposte della ragazza erano state troppo vaghe, lei era troppo esitante e poco fluida. Altro elemento sospetto: chi mai si sentirebbe esistente e spaventato durante un interrogatorio in piena regola sostenuto da due uomini in giacca e cravatta, quando si era convinti di dover semplicemente lasciar giù la valigia al check in?

Il verdetto arrivò dopo qualche istante.

- Dobbiamo sottoporre la sua valigia, il suo bagaglio a mano e lei ad ulteriori controlli. Si presenti alle 19.20 al gate E7.

Alle 19.33 la ragazza si presentó al gate, aveva tardato di qualche minuto per via della coda che si era formata al controllo dei passaporti. Per fortuna gli uomini della sicurezza erano più in ritardo di lei, altrimenti chissà di quali altri crimini sarebbe stata sospettata.

Insieme a lei, un’altra decina di ragazzi, colpevoli a quanto pare di viaggiare e viaggiare con il passaporto sbagliato.

La piccola combriccola di trafficanti venne condotta in una stanza. I bagagli a mano vennero perquisiti e gli oggetti elettronici fatti depositare in un cestino di plastica blu, per essere studiati più accuratamente. Poi scomparvero dietro una porta anti incendio. La ragazza venne portata in una stanza adiacente, dove due donne anch’esse addette alla sicurezza, si presentarono educatamente e le spiegarono che avrebbero dovuto sottoporla ad una perquisizione corporale.

- Allarghi le braccia

Il metaldetector scorse lungo le braccia, i fianchi e le gambe per alcuni interminabili minuti, attivando il suono all’altezza della cerniera dei pantaloni e del ferretto del reggiseno.

- Le devo chiedere di sfilarsi il reggiseno da sotto la maglietta e abbassare i pantaloni sotto le ginocchia.

- Ma siete seri? Guardi questa cosa non ha senso, mi pare chiaro che quell’aggeggio ha suonato per via del ferretto e del bottone dei pantaloni.

- Mi spiace, ma dobbiamo controllare che sia effettivamente così e che non nasconda niente nell’intimo.

La ragazza ormai era sempre più convinta che le poche ore di sonno le stessero facendo perdere il contatto con la realtà. Chissà, forse stava sognando e tra non molto si sarebbe svegliata sul comodo sedile di un aereo con lo schienale abbassato per agevolare il sonno e in sottofondo la voce gentile della hostess che annunciava che a breve avrebbero servito la cena.

Invece dopo che le due donne ebbero appurato che non nascondesse una bomba a carta nel reggiseno, che d’altronde si sa, è facilissima da nascondere, la situazione si fece ancora più paradossale.

- Ha addosso a sé delle armi? Pistole, esplosivi…

La ragazza si guardò per un secondo da fuori: le braccia allargate, niente scarpe ai piedi, i pantaloni abbassati e una canottierina di cotone leggerissimo addosso. Ma dove diavolo avrebbe potuto nascondere un’arma in quella condizione? E poi perché si trovava lì? Forse il suo cognome era iscritto in qualche lista nera che indicava i ricercati più temibili del mondo e la credevano una parente lontana? O forse suo padre aveva combinato qualche guaio di gioventù in Israele e ora i piani alti dei servizi segreti israeliani conoscevano il suo cognome? Di sicuro glielo avrebbe chiesto, una volta tornata a casa.

Tornò a guardare davanti a sé, la donna stava ancora attendendo la sua risposta.

- No, non ho armi addosso.

- Va bene, abbiamo finito, può rivestirsi e andare a recuperare il suo bagaglio a mano.

La ragazza richiuse la porta dietro di sé e si sedette ad aspettare su una scarna seggiola dentro una fredda stanza illuminata da luci al neon applicate sul soffitto. Davanti a lei, un uomo stava ponendo delle domande ad un’altra ragazza, le stesse alle quali aveva risposto lei qualche ora prima.

- Egitto eh? E mi dica, perché è stata lì così tante volte negli ultimi anni?

L’interrogata parlava un inglese perfetto, probabilmente era America. Aveva gli occhiali con i lati appuntiti, uno scialle che le copriva le spalle e i capelli neri raccolti in uno chignon impeccabile.

- Gliel’ho già detto, metà della mia famiglia da parte di mia madre è egiziana. Andiamo a trovare i nostri parenti circa una volta all’anno, anche se negli ultimi due anni non ci sono andata affatto. Mi scusi, ma perché mi fa queste domande, è per via del fatto che sono metà egiziana?

- Senta, noi non sappiamo da dove arrivano i terroristi, potrebbero arrivare da ovunque e questo è l’unico modo in cui sappiamo gestire la situazione. Non è niente di personale.

Da dietro la porta anti incendio ricomparve la donna che si era occupata della perquisizione della ragazza italiana. In mano teneva la sua borsa di tela e il cestino in cui aveva riposto il suo cellulare. Si avvicinò a lei e si chinò sulle ginocchia.

- Abbiamo trovato qualcosa. Dunque, la sciarpa e la felpa le può tenere, e anche il resto del contenuto della borsa. Questi invece sono troppo pericolosi, non li può portare a bordo con sé, li analizziamo ancora velocemente e glieli mettiamo nel suo bagaglio da stiva.

La donna della sicurezza teneva in mano i due pericolosissimi oggetti che la ragazza trasportava con sé nel bagaglio a mano, che avrebbero potuto mettere a rischio la sicurezza del volo, ma che per fortuna l’intelligence riesce quotidianamente a stanare per evitare il peggio: un caricabatterie del cellulare e un caricabatterie portatile. L’aereo ormai era in ritardo di 40 minuti per via dei numerosi interrogatori che erano stati fatti. Prima di poter finalmente procedere verso il gate per l’imbarco, la ragazza dovette rispondere a un’ultima domanda.

- Is this the first time you fly with El Al?

- Yes. And the last, for sure.

Preso il suo posto sull’aereo, venne accolta da una voce squillante che pronunciava in filo diffusione lo slogan della compagnia aerea: El Al, it’s not just an airline. It’s Israel. 

 

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